Prosecco, solo una mania?

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Il fenomeno Prosecco è letteralmente esploso, facendo conoscere l’Italia nel mondo. Ma perché si è scelto di coltivare questa varietà? Ci sono motivi che vanno oltre la seduzione della sua bollicina ? Scopriamo qualche verità con l’esperto Ersa, Marco Stocco.

“Nel mondo, spesso, l’Italia del vino significa Prosecco. Un fenomeno dirompente che ha coinvolto il Nordest italiano determinando una grossa trasformazione del patrimonio vitivinicolo di queste aree votate all’agricoltura, sia in termini di nuove superfici rese idonee ad accogliere vigneti sia in termini di riconversione degli esistenti.

Attratti da prezzi di mercato sostenuti, molti viticoltori – e non solo –  hanno deciso di scommettere su questa varietà che, nel breve termine, ha mostrato risultati più che soddisfacenti e dato respiro ad agricoltori in difficoltà.

Esistono varietà chiamate “paga debiti”, che un tempo venivano utilizzate dai coloni e mezzadri come quota di affitto dei terreni; allo stesso modo, oggi, il Prosecco lo è stato per le aziende agricole esposte nei confronti delle banche.

Discorso a parte riguarda gli investitori che, avendo a disposizione molti capitali, hanno speculato sulla terra, cercando di massimizzare il profitto e piantumando in aree in cui mai avrei immaginato potesse esserci vigneto e con forme di allevamento atte alla meccanizzazione spinta dove si è pensato che tanto, con la chimica, si potesse risolvere ogni problema fitosanitario.

Oggi, chi vuole fare l’agricoltore o il viticoltore, deve ricordare che prima della chimica vi è l’agronomia, la conoscenza del suo territorio, la scelta della varietà che maggiormente si adatta al suo areale e, soprattutto, deve ricordare che il suo operato è al servizio dell’intera comunità, sia nel fornire beni di prima necessità sia nel preservare e conservare il territorio.

Ora, con l’emergenza sanitaria che sta mettendo in ginocchio il settore del vino, e a quattro mesi dalla prossima vendemmia con le cantine ancora piene del vino 2019, i nodi vengono al pettine. Come ne usciremo da tutto questo? Purtroppo non senza macerie: è come un terremoto che non lascia indenne un territorio fragile. Chi si salverà? Chi ha ben pensato di investire sulla sua casa, chi ha pensato che il ferro nelle travi non era solo un costo, chi ha pensato che la sua casa non è solo un posto per dormire, ma luogo in cui vivere. Vi sarà una forte selezione e chi tanto velocemente ha lucrato,  altrettanto velocemente abbandonerà la terra. Secondo me sopravviverà chi saprà conferire personalità al proprio vino, un prodotto che dovrà essere non solo una semplice spremuta di uva ma una spremuta di territorio; un vino che nel respirarlo si dovrà trasmettere la storia della terra in cui è stato prodotto, il sacrificio che l’agricoltore fatto per raggiungere il risultato.

Compito di tutti noi, invece, è mai dare per scontato quello che stiamo sorseggiando. Oggi tutti noi abbiamo la vita sconvolta per un evento non programmato. Da sempre l’agricoltore convive con tutto questo (grandine, gelate, siccità), pertanto va una profonda gratitudine a chi ogni anno pianta il seme nella terra semplicemente affidandosi a ciò che verrà”.

Marco Stocco
Esperto in viticoltura e olivicoltura Ersa

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