Telaro, i vini vulcanici alle falde del Roccamonfina

di Alexa Kuhne

Cinque pietre poste all’ingresso della tenuta Telaro sono come cinque dita che stringono la memoria dei vulcani spenti su cui si alimentano e crescono vigorosi vigneti. Realtà e leggende sprofondano nel cuore infinito e benedetto di questa terra, seducente e dolce, di nera sostanza…Qui gemmano Aglianico e Falanghina… 

 

Le prime castagne dell’anno si raccolgono qui. Sono le autoctone e precoci Tempestive. E sono eccellenti. Tra le pietre laviche sgorga una mitica acqua oligominerale. Da queste parti, nel periodo giusto, ci sono funghi strepitosi, come il porcino nero e gli ovuli. Fra queste colline che scendono verso il Tirreno la natura sa essere dolce, quasi a farsi perdonare la presenza del vulcano di Roccamonfina. Fortuna che la sua irruenza si è sopita, ormai 50.000 anni fa. Il clima, qui a Sud ma non troppo, è perfetto. I pendii sono sinuosi e ricchi di clorofilla; il vento, leggero, dal mare porta profumi salmastri e pungenti, i terreni sono pregni di minerali. Acque sulfuree li irrorano. La terra, in questo fazzoletto di Campania al confine con il Lazio, vuol bene all’uomo.

Deve essere stato difficile per papà Rosario, settant’anni fa, lasciare questi luoghi,“Terra di Lavoro” di una Patria martoriata dalle grandi guerre, per andare in Canada, con la sua valigia piena di preoccupazioni, di passioni, di sapere antico. Dal tepore delle sue colline cariche di uva è arrivato al gelo della wilderness, natura selvaggia e fredda. Ha fatto l’agricoltore, il mestiere che conosceva meglio. Senza mai spezzare il legame con le sue radici. Tant’è che è tornato a Galluccio, ha comprato qualche ettaro e ha ricominciato a coltivare, come i suoi facevano ad Avellino, terra d’origine della famiglia Telaro. La sua nuova sfida è stata l’impianto di vigneti; gli erano stati consigliati Sangiovese e Barbera. Ma gli acini di queste uve sono troppo grandi e sottili e sono facilmente attaccabili dai marciumi del grappolo e quando se ne accorgeva era tardi. Insomma, sono stati anni difficili, di apprendimento e sperimentazione. All’inizio Rosario vendeva vino sfuso, da taglio. Dall’ ’84 il grande salto.

Massimo Telaro

 

Un’altra sfida: i tenaci Telaro hanno comprato attrezzature per imbottigliare. Dall’ 86 in poi, al centro del loro lavoro tra le vigne c’è stata l’incentivazione del biologico, non senza grosse difficoltà per una serie di annate piovose. Testando poi Aglianico e Falangina – quest’ultima resistente e a suo agio nel terreno vulcanico, con una mineralità predominante, ma più morbida rispetto a quella beneventana – visto che il terroir era già famoso dall’inizio del Novecento per essere il più produttivo d’Italia. Questo confine fra Lazio e Campania è il regno del Galluccio Doc e dal Falerno Doc. Del resto, il territorio attorno al Vulcano di Roccamonfina era ben noto ai romani. Lo confermano le anfore rinvenute nel porto del Garigliano, il fiume utilizzato come via di trasporto. Oggi, continuano una tradizione lunga secoli i sei fratelli Telaro, accomunati dall’amore per il vino e per la propria terra.

È questa la sintesi della storia dell’azienda agricola, nata dall’eredità di papà Rosario che, come un prezioso testimone, passa nelle mani di Luigi, Arduino, Rosalba, Pasquale, Roberto e Massimo.

Massimo racconta che “l’azienda si estende per circa 100 ettari nel territorio di Galluccio, all’interno del Parco naturale di Roccamonfina in piena Terra di Lavoro e conferma con orgoglio che “i sessanta ettari di vigneto sono coltivati con usi e sistemi a basso impatto ambientale e fanno da anfiteatro alle Cantine Telaro e all’Agriturismo ‘La Starza’, ubicato in antichi casali ristrutturati. La natura vulcanica dei terreni di Roccamonfina ha dato un contributo determinante al successo secolare di vini quali l’Aglianico, la Falanghina, il Greco, il Fiano, il Bariletta , tanto che la loro origine viene localizzata proprio in questa zona”.

Le cinque pietre che si trovano all’ingresso della Tenuta Telaro. Una leggenda racconta della loro esistenza e del perché siano state poste qui… 

Le vigne dei fratelli Telaro, estese fin sulle colline calcaree di Rocca D’Evandro e alle pendici del monte Camino,producono le uve selezionate che fanno rivivere antichissimi e nobili vini che i romani imbottigliavano in anfore vinarie costruite in località Mortola e attraverso l’antica via Pisatara, collegata con la via Latina, esportavano nelle città dell’Impero Romano.

La cantina, classica nella bottaia e moderna ed efficiente nel reparto della lavorazione, ha permesso di sviluppare prodotti di alta qualità posizionando il marchio Telaro ai vertici tra i produttori di vini distillati in Campania. La produzione media annuale è di 600.000 bottiglie di vino e 5.000 di grappa.

Il mercato migliore è quello del Giappone, conquistato dal Bariletta, nome locale del Primitivo, in un blend che vede l’uso del Casavecchia (15%), autoctono casertano. I Telaro sono ambiziosi e non si fermano nella loro ricerca. Dei fratelli, Pasquale è l’enologo che, per la sperimentazione sulle bollicine, si fa coadiuvare dal collega altoatesino Josef Reiterer, cantiniere di Arunda, dove lo spumante viene coccolato e pasciuto a 1200 metri.

Ad oggi, i titolari sono orgogliosi delle tre etichette “Femmena” (Falanghina brut monovitigno), “Malafemmena”(Aglianico brut, metodo charmat, 13 gradi e una acidità bella accesa) e “bellafemmena” (Aglianico rosé).

E cosa ne sarà, invece, di questi fllari di riesling alle falde del Roccamonfina?

La sperimentazione continua…

 

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